
Macchie e strati generativi
Se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di varie macchie o in pietre di vari misti. Se avrai a invenzionare qualche sito,
Se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di varie macchie o in pietre di vari misti. Se avrai a invenzionare qualche sito, potrai lì vedere similitudini di diversi paesi, ornati di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure grandi, valli e colli in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverse battaglie ed atti pronti di figure strane, arie di volti ed abiti ed infinite cose, le quali tu potrai ridurre in integra e buona forma; che interviene in simili muri e misti, come del suono delle campane, che ne' loro tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo che tu t'immaginerai.
Leonardo da Vinci, Trattato della Pittura, “Modo d’aumentare e destare l’ingegno a varie invenzioni”. Codice Vaticano Urbinate 1270, Vol. I, Parte II, Cap. 63.
Nunzio Scibilia parte dalla macchia come propone Leonardo, non per inventare paesi , facce e battaglie, ma piuttosto eventi non figurativi, di energie informali che stende sui suoi “vetrini” o su grandi fogli trasparenti di acetato. Nunzio è anche musicista e può comprendere meglio di me il sorprendente balzo in cui Leonardo coglie un’affinità tra il visivo della macchia e il sonoro delle campane: che interviene in simili muri e misti, come del suono delle campane, che ne' loro tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo che tu t'immaginerai.
Questo inventare figure e storie dalle macchie o voci umane dalle campane ha qualcosa di infantile o meglio di originario. Ognuno di noi nel proprio letto di infanzia, si è soffermato a fantasticare sulle imperfezioni del soffitto, trasformandole in figure e in racconti. Di una simile attività infantile dell’immaginazione parla appunto Leonardo, che però propone una direzione univoca, che va dalla macchia alla figurazione: Ma questo procedimento non si rifiuta affatto all’inversione, di passare cioè dalla figurazione alla macchia: allo scoprire che ogni figurazione è composta di macchie, che il figurare e il percepire non è un risultato ma un processo, così come la ricezione visiva è data dalle cellule della retina singolarmente eccitate dalla luce e poi ricomposte a formare figure. Lo rivelarono poi gli impressionisti, sottolineando la corrispondenza tra il fare sulla tela segni, virgole e punti “astratti”, con i processi fisiologici dell’occhio, e suscitarono scandalo. Perché suscitarono scandalo? Perché i loro contemporanei furono colpiti soprattutto dalla novità di questo esibito protagonismo del gesto del pittore, del segno, del punto e della macchia, cioè dall’intrusione dell’ “astratto” non figurativo nel processo figurativo. Kandinsky, che prima di diventare uno dei padri dell’ astrattismo, fu pittore di fiabe, racconta che quando vide uno dei pagliai dipinti da Monet ne era rimasto affascinato, ma che lo aveva trovato “illegale”, tanto da essere tentato di denunciarlo alla polizia.
Per un pittore, la superficie ancora nuda è un luogo del desiderio, desiderio di far succedere qualcosa. Prima ancora della volontà e della coscienza, è come il buio del sonno in cui qualche parte della mente desidera l’avvenimento del sogno. Il buio del sonno o la superficie di una tela, di un foglio o di un muro, nelle loro indefinite potenzialità, si offrono al nostro desiderio di far avvenire qualcosa. E il far avvenire è una pulsione elementare della vita. Non subire ma far succedere il mondo è lo spirito stesso del gioco, dai cuccioli ai bambini e poi agli adulti e agli artisti. L’imitazione, la rappresentazione, cioè il fare presente il mondo, è una via antica per non subire ma per ri-produrre e per con-prendere il mondo. e il sé di sé stessi come soggetti attivi.
Sono partito dal precetto di Leonardo: osservare la macchia come un evento a cui reagire “invenzionando” storie e figure. In fondo facciamo così col mondo: dall’insieme affastellato e confuso, cominciamo a distinguere una cosa dall’altra, un fatto dall’altro. Anche attraverso il linguaggio, che da suoni vaghi diventa parola che distingue le cose nominandole. Ma il precetto di Leonardo, dalla macchia alla figura, vale anche in senso inverso: dalla figura alla macchia. È un’inversione che Leonardo stesso praticava con l’indeterminazione della “prospettiva atmosferica”, delle ombre o dello sfumato (così nella Vergine delle rocce o nel viso della Gioconda e nei loro sfondi), che non avevano un’intenzione solo descrittiva, ma anche suggestiva, perché – scriveva - nelle cose confuse l'ingegno si desta a nuove invenzioni, di spazio, di moto, di passaggio del tempo. Cosa praticata anche da Michelangelo che metteva in moto la trasfigurazione del masso in statua accettando il non-finito; una forma che non cessa di nascere dall’informe e di ritornarvi, ad esempio nel San Matteo.
La figura, la nominazione di una cosa sono in un certo senso un arrivo, uno stato di riposo. L’immaginazione perde energia quando riposa nella figura determinata, nel nome determinato. È quel che resta indeterminato o sovra determinato nella figurazione a mettere in moto l’energia potenziale dell’immaginazione di chi l’osserva.
La macchia è un evento gestante di molte forme, la forma è una conclusione della macchia, un suo precipitato. Ma non c’è macchia che non sia una costellazione di forme e forma essa stessa, e non c’è forma che non sia una costellazione di macchie e di eventi. Macchia e forma si incontrano in un luogo intermedio, in cui l’evento precipita verso una forma e la forma risale verso l’informe, verso l’origine delle sue multiple possibilità, ed è questo il campo dinamico dei processi dell’immaginazione. Un campo dove si scioglie la contrapposizione fittizia tra il figurativo, l’astratto o l’informale. Essi sono momenti diversi di uno stesso processo di andata e ritorno come la risacca sulla riva del mare.
Nunzio Scibilia non può né vuole evitare che le sue macchie risultino poi delle forme, solo vuole evitare che si fermino. Che riducano la loro apertura semantica precipitando in un senso univoco. Perciò le stratificazioni di Scibilia sfuggono a una titolazione. Passo nello studio di Scibilia e dico: ecco, questi segni, queste zone di materia scura, queste tratti di materia chiara mi sembrano combattere, sono pieni di energia. Lui dice: È appena cominciato. Ripasso, ed ecco è tutto cambiato: la massa scura si è dissolta, si è frantumata in punti minuti nel chiaro, tutto ha cambiato di scala, quello che mi sembrava uno sconvolgimento interno alla materia o in un luogo immenso dell’universo mi pare visto da più lontano, didascalico come una carta geografica. Ha perso di energia, mi permetto di dire. Ci sto ancora lavorando, dice lui. Ripasso il giorno dopo e vedo qualcosa del tutto diverso, ma pieno di forza suggestiva. Così lavora il mio amico, insoddisfatto, inquieto e creativo.
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Stefano Levi Della Torre
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Scibilia: la seduzione della materia
“… ti si schiudano come occhi le mani”, poetava Paul Eluard. E guardare le deflagrazioni materiche di Nunzio Scibilia – in cui accumuli e addensamento di impasti di materia sembrano emergere dal magma indistinto biologico e geologico, si ha la tentazione di voler “toccare” oltre che vedere con gli occhi, ogni minuscolo e indistinto pigmento di colore (giallo ocra, azzurri, sfumature di grigio e di marrone, bianco avorio) in continua mutazione.
“Un ancestrale istinto mi suggerisce che toccare, sfiorare, fissare lo sguardo sono le porte d’accesso di un altro sapere”, racconta l’artista. E Beyond (al di là) è anche il titolo della mostra allestita allo Spaziotemporaneo, di Milano. Una serie di nuovi lavori realizzati su PVC trasparente applicato su metacrilato, con una tecnica mista che utilizza una particolare materia pittorica creata dall’artista. Le immagini indefinite sono presentate in formati di dimensioni crescenti (cm 62,5x,139,6 e cm 62×69,8) simili a vetrini di laboratorio, che dilatano la visione, amplificano il sentire, permettono alla percezione di sfiorare l’impalpabile. Frammenti di uno spazio più ampio, Beyond: al di là per l’appunto. Un’eruzione che dissemina tutt’intorno una moltitudine di frammenti. Schegge di colore. Esplodono e invadono lo spazio, E ne ammiriamo sorpresi, l’apparizione. Vorremmo avvicinarci e toccarli come per ricomporli, però non per ricongiungere le parti di un tutto, ma per rimescolarli e creare una forma inedita dai limiti aperti. Anche il loro silenzio diventa un modo di disegnare armonie invisibili.
Diplomato al Conservatorio in Composizione e Direzione d’orchestra, Nunzio Emilio Scibilia ha sempre portato avanti, unitamente a quella musicale (è docente di Direzione di Coro e Composizione Corale presso il Conservatorio G. Verdi di Milano), la passione per le arti figurative ha fatto della componente tattile, la fisicità del gesto, il fulcro della sua ricerca artistica. Ha esposto in varie collettive in Italia, Svizzera e Inghilterra e realizzato alcune installazioni personali, presentandosi talvolta con lo pseudonimo REALTO. Vive tra Milano e Palermo.
Abbiamo avuto il piacere di dialogare con l’artista in occasione del finissage della sua mostra Beyond alla galleria d’arte Spaziotemporano di via Solferino, 56 a Milano. con la curatela di Jacqueline Ceresoli, autrice di un testo critico. “Ho pensato il luogo dell’esposizione”, ci racconta, “come un laboratorio in cui mettere sotto osservazione la materia che ottengo mescolando pigmenti, resine, oli e uovo, un impasto che rivendica una vita propria e che, nei vari stadi di addensamento ed essicazione, reagisce in modo differente alle manipolazioni a cui lo sottopongo, quasi fosse soggetto a variazioni umorali. Dagli esisti imprevedibili. Ciò che resterà visibile dopo l’essiccazione, produce differenze, scarti, interferenze tra il piano fattuale e quello immaginativo. Per me oggi è seducente muovermi all’interno di queste polarità, L’esplorazione tattile della materia rivela dettagli non percepibili con il solo uso della vista. Ci sono qualità che si possono percepire solo attraverso il tatto come il peso, la temperatura, la resistenza, la consistenza e sempre con le mani si può distinguere la diversità delle superfici”.
Si potrebbe dire che è la materia che comanda e l’artista non può che prendere atto del suo evento, sensorialmente coinvolto da ciò che avviene durante il dipingere?
Appena appoggiato il colore la materia, già vuole scappare e cambiare forma. La trasformazione è insita nella vita dei corpi, delle cose, e delle idee, Immagino allora di seguire questi processi trasformativi, e in attesa di vedere cosa accadrà di quelle informi concrezioni apparentemente immobili su quell’immobile trasparenza.
L’informe e la forma superano la loro apparente antinomia evidenziando la possibilità di congiungere energie contrapposte, la saturazione e il movimento, la compattezza e la vibrazione, il limite e lo sconfinamento.
Vorrei proseguire nell’esplorazione, nella scoperta, ma l’asciugatura dell’amalgama mi costringe a fermarmi. Talvolta mi sorprendono le sorprese che arrivano. Quegli enigmatici grumi si impongono come segni di ciò che sfugge alle nostre previsioni, mettono in crisi la pretesa di classificare tutto, minacciano le certezze a cui ci aggrappiamo. Con Beyond voglio dire proprio questo: la possibilità che qualcosa di imprevedibile accada, che qualcosa di eccedente la nostra misura entri in campo e spalanchi nuovi orizzonti. È un dito puntato verso un oltre di cui vorremmo sapere più di quanto osiamo confessare. Un oltre non solo fisico e concettuale ma anche simbolico.
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Il rapporto con la materia sembra al centro della tua ricerca artistica.
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E’ stato sempre nelle mie corde il rapporto con la materia, Un rapporto fisico, tumultuoso. L’incontro con un materiale è sempre una chimica delle passioni. Gesto di attrazione e di puro piacere. È un istante sublime e transitorio, aleatorio, inatteso, quando preparo il colore e poi lo stendo sulla carta o su lastre di plexiglass. Ho lavorato per anni con l’urgenza di domarla, la materia. Cercavo di domarla, non riuscivo, però, a ottenere risultato che volevo ed ero infelice. Poi ho capito che bisogna avere il massimo rispetto per la materia. È lei il punto di partenza. È lei che detta l’opera, lei che la impone. La materia si trasforma, rivendica una vita propria , essendo essa invece desiderosa di muoversi, mutare, scivolare altrove. E sono diventato improvvisamente felice.
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Cosa muove il tuo processo creativo?
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La necessità che ho è quella di esprimermi attraverso la mia arte, e ad ognuno l’opera può e deve dire quello che vuole. Se io sapessi cosa comunicare non produrrei più perché sarebbe già chiaro e definito nella mia testa. Pratico la pittura come una meditazione dinamica. Dal microcosmo, al macrocosmo. Un va e vieni perpetuo e ripetitivo eppure mai identico a se stesso, variazioni infinite a cui non si può aggiungere nulla perché non si raggiunge mai davvero la “cosa”. Non cerco una forma definita e compiuta, che pretenda di dare un significato. il risultato è sempre uno stadio provvisorio di processi in corso che potrebbero proseguire verso ulteriori cambiamenti, inattese scoperte. In attesa di vedere cosa accadrà di quelle concrezioni che si agitano su quell’immobile trasparenza. Un processo mai dato per scontato, tutto può ancora accadere. Mi abbandono a questa perdita di controllo. Ciecamente, fiducioso nello stravolgimento. Con la consapevolezza: la materia resta frammento, testimone della complessità che la contiene.
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Possiamo parlare per le tue opere di seduzione tattile. I tuoi frammenti sono un fotogramma di processi di dissipazione, addensamento, migrazione che sembrano effetti di analoghi gesti di distribuzione, accumulazione, trasferimento generati dalla lavorazione del materiale. Grumi di materia ruvida vibranti di vita dalla valenza intrinsecamente tattile. Si ha il desiderio di toccarli, di seguire con un dito le misteriose proiezioni immaginative
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Mi fa piacere che tu dica questo. Non sono un concettuale, il concetto definisce, obbliga. Sono semmai un artista tattile, anche perché spesso scopro quello che voglio fare toccando la materia. Tutti i materiali esposti sono stati scelti per i propri valori tattili, per la capacità di evocare un pensiero attraverso l’azione delle mani. La percezione tattile porta l’attenzione sul processo che ha luogo nel mio corpo: sensazioni fisiche, innervazioni muscolari, desideri inconsci, sensibilità profonde e i loro diversi effetti emozionali. Ecco che allora trovo naturale usare un materiale che abbia la possibilità in sé di non predefinire il mio gesto, la mia azione, il mio sentire. E questo fenomeno, piano piano, riesce a diventare una potenzialità espressiva di quel sentimento iniziale che nella sua vaghezza, lavorando fisicamente con la materia, prende di volta in volta figura. Molti dei miei lavori conservano metaforicamente le tracce delle mie dita. E questo, diciamo, è un trovare il momento di congiunzione tra le possibilità offerte dal materiale e il compiersi del gesto – poiché solo l’esperienza ti insegna il momento giusto per attuarlo.
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Qual è il rapporto fra senso della vista e senso del tatto, tra sentimento del vedere e sentimento del toccare?
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La nostra cultura ha sempre creduto che l’arte fosse cosa legata al vedere, e a subordinare i valori tattili ai valori visuali. Invece le mani guardano, come diceva Bruno Munari. La manipolazione tattile nella prima infanzia è la prima forma di esplorazione del mondo. Il senso del tatto non ammette inganno. Il fatto è anche l’unico senso che contenga un elemento di reciprocità. Toccare è nello stesso tempo essere colpito da ciò che si tocca. L’occhio può vedere senza essere visto, l’orecchio può ascoltare senza essere ascoltato, ma la mano non può toccare senza essere essa stessa toccata.
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Le note biografiche sono sempre indispensabili per orientarsi nel lavoro di un artista e per poter cogliere i significati della sua opera. Come la musica entra nella tua pittura?
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Ciò che è percepito come musica dalle nostre orecchie è il mutare dei suoni nel loro insieme, il movimento della loro forma. Un respiro collettivo di molte voci, anime con una propria struttura mutevole. Allo stesso modo, nel mio comporre in pittura, mi interessa la rappresentazione di processi di natura cinetica come il dirigersi verso, l’espandersi, lo scorrere e i loro opposti, l’oscillazione del movimento d’insieme, senza gravità.
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Tra i compositori qual è il tuo preferito?
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L’ungherese Gyorgy Ligeti, uno dei più grandi compositori d’avanguardia del ventesimo secolo, Inarrivabile Atmosphèrs, il capolavoro orchestrale che Stanley Kubrick utilizzò come colona sonora per 2001 Odissea nello spazio . Le individualità strumentali, scompaiono. Gruppi di suoni orchestrali atonali si fondono, si muovono e si dissolvono insieme, come uno sciame. Ciò che sentiamo è un fluire perennemente dei suoni e delle variazioni di intensità suoni, come se non avesse inizio e neppure una fine. La musica come tempo congelato.
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Cristina Tirinzoni
Strappo come materia morfogenetica pittorica rinnovabile all'infinito
Uno strappo, anziché lo stacco di materie indistinte applicate su lastre in plexiglass simili al vetrino da laboratorio o su grandi fogli di acetato trasparente, è già un environment artistico in sé. Non stiamo parlando di procedimenti di trasferimento di pigmenti degli affreschi, bensì di una rielaborazione tecnica e poetica di Nunzio Scibilia, musicista e pittore, sperimentata in opere incentrate sull’ espressione di una soggettiva e seduttiva oggettualità.
Segni, colori sfumati, accumuli e addensamento di impasti di materia a tecnica mista, imprimono sulle superfici traslucide come l’acqua, diafane come l’aria una temporalità estesa, definendo una zona intermedia, il regno delle evidenze, dove si tracciano genesi formali sorprendenti. Queste stratificazioni in bilico tra complessità, impulsività, decostruzione e composizione, erodono i fogli di acetato e assorbono luce con lampi cromatici trasformati in soggetti di attrazione tattile e visiva, nonché oggetto di riflessione estetica. Il suo bianco non è più la somma di ciò che è bello, al contrario è l’incipit del perturbante, la fine e l’inizio di qualcos’altro.
Osserviamo prelievi di materia che suscitano il desiderio di toccarli, di seguire con un dito le misteriose proiezioni immaginative di “ciò che non sappiamo di non conoscere”, che includono processi di trasformazione insiti in tutto ciò che è naturale. Le soluzioni aformali di Scibilia spaziano dal magma biologico e geologico, dalla mineralogia alle tecniche della pittura medioevale rielaborate con nuova sensibilità e in previsione di qualcosa d’altro, senza però definirlo.
Scibilia nell’era dell’ Antropocene ( definizione comparsa nel 2001), in un mondo sempre più connesso si pone di fronte alla necessità di riconsiderare l’atto pittorico come una parte del mondo della vita.
Guardare le sue deflagrazioni materiche, lievi infezioni pulviscolari significa attraversarle, percorrerle con tutto il proprio essere, allo stesso modo in cui si ripercorrono le età geologiche della terra o le tappe dell’esperienza, il fruitore ha la sensazione di “toccare” con gli occhi la complessità del presente da indagare e non temere.
Le sue opere risvegliano un piacere tattile della mescolanza, dipinte per evocare l’altrove in trasparenza e luminescenza mirano all’essenza della fluidità, nel frammento di complessità come presupposto di una immersione metafisica nella sfera dell’esistenza. Il suo gesto, segno pittorico riceve, emette, immagina e porta in superficie informazioni di processi di cambiamento, in cui non c’è alcuna distinzione materiale tra noi e il resto del mondo.
Nunzio Scibilia si riflette nell’essere integrato alla biologia, alla biosfera, attraverso processi di accumulazione, sottrazione e decostruzione della materia per configurare una visione organicistica e dionisiaca del pensiero umano che apre riflessione sulla natura dell’arte e l’espressione stessa del mondo. . Il filosofo Emanuele Coccia, scrive che tutto ciò che esiste è il prodotto della metamorfosi di uno stesso corpo: il vegetale trasforma l’aria e la pietra in materia vivente ed esiste una <<intimità assoluta tra soggetto, materia e immaginazione: immaginare è sempre diventare ciò che si immagina >>.
Tutto è in tutto (Pàn en pantì) sosteneva Anassagora, Scibilia ci propone una forma della mescolanza dal potenziale espressivo estetico e immaginifico, un’apparizione di un qualcosa di misterioso e inconscio che è stato e sarà.
Pittura e natura sono circolari in queste “radiografie” della mescolanza dai colori “sporchi” e dal segno fluido ma incisivo, in cui ogni minuscolo e indistinto pigmento è materia dell’esserci qui e ora , un fenomeno che concretizza nell’immagine l’esistente, corrispondente allo stato di evoluzione di processi vitali di cui è fatta la sostanza umana, animale e vegetale nella loro multiforme apparizione.
Nei suoi frammenti, prelievi, macchie, strappi di pigmenti polimorfici o forse fossili c’è un qualcosa di infinitamente piccolo e incommensurabilmente grande. Scibilia, generatore di complessità cromatiche e concettuali, contro ogni possibile classificazione, procede sul principio del mescolamento (synkrasis) tra luminoso e l’oscuro, bianco e il nero in f-orme pittoriche grigiastre rinnovabili all’infinito, con il desiderio di trascendere la ragione.
L’artista migrando da una esperienza soggettiva a riflessioni collettive, dal segno alla materia, dall’intuizione al gesto, porta in superficie l’opportunità di afferrare gli elementi nascosti di un latente desiderio di fisicità, come medium di relazione con il mondo che siamo.
Nessuna forma è stabile e definitiva in natura, nelle sue opere tutto è movimento scavato nella penombra, dove si configurano moti perpetui, filamenti che trascrivono, seguendo un ritmo modulato, spartiti di morfogenesi dai contorni talvolta indistinti, in cui tutto è possibilità di visualizzazione di fenomeni e flussi energetici esistenti nell’universo intorno a noi.
Le forma-azioni di Scibilia non colgono l’arte nella totalità del vivente, al contrario generano campioni strappati da una esperienza e disseziona organelli filacciosi che sotto la sua lente assumono valori pittorici, come antidoto estetico per sedare l’inconscia paura dell’ignoto nel nostro apocalittico presente, irrimediabilmente complesso e vessato da catastrofi ambientali, guerre, pandemie, cambiamenti geologici, politici, sociali e inarrestabili flussi migratori. I suoi repentini contrasti cromatici attraversano materiali trasparenti, con oscillazioni tra il chiaro e lo scuro che precedono e includono ogni esperienza del colore, aprendo riflessioni sulla convergenza e non separazione del buio in relazione alla luce, con ombre colorate di grigio che si inabissano nelle profondità esistenziali.
E chi non ha paura del terribile Stachybotrys, tra le muffe più nocive per la salute e l’ambiente che si trova nell’aria? Cosa rappresenta quell’oscura massa informe nero-grigia, che si espande in una remota temporalità, come un fungo tossico deflagrazione di lapilli di vulcani ancora inesplosi ? Forse Scibilia, siciliano nel mondo, dietro le sue morfogenesi evoca aree di conflitto e ingestibili processi di migrazione? E ancora, potremmo un domani abitare nello spazio aperto a nuove possibilità di convergenza tra il preesistente e il cambiamento in atto che queste opere propongono?
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Jacqueline Ceresoli
Dialoghi muti
Nel nuovo millennio tutto cambia troppo velocemente, complice la virtualità, la cultura digitale, la comunicazione e gli incontri in rete, la medializzazione dei luoghi fisici e reali. Questi e altri fattori complessi hanno modificato radicalmente i nostri comportamenti sociali e la percezione dello spazio e del tempo, trasformando il linguaggio, la parola in una complessa trama metanarrativa polisensioriale in cerca di chissà quale "senso". Realto, palermitano trapiantato a Milano, anche musicista, compositore, per indole introverso e solitario, artista autodidatta da anni ha intrapreso una ricerca intorno al ricordo del segno, investigando una grafia emersa dalla materia e inclusa nel gesto concitato, alla ricerca di qualche traccia di appartenenza, identità, memoria, operando in una dimensione meditativa in cui tempo e spazio sembrano essersi annullati.
Dopo la serie di Cromotipi, l'autore intreccia pittura, musica con l’esistenza, dando forma a una poetica dell'immanenza con una selezione di opere presentate per la prima volta in occasione della mostra torinese, tratte dalla nuova serie Dialoghi Muti, su carta Hahnemühle preparata sulla base di tecniche pittoriche del' 400, con impasto di tempera d'uovo. L'autore con la materia istaura un rapporto feticistico in cui il di-segno dà forma a forze pulsionali che esigono organizzazione.
Dall'informe alla forma, e in queste carte l'emersione di segni sopiti sotto la polvere del tempo sembrano riaffiorare dall’alba del mondo come una alfabeto criptato risolto in stratificazione di pigmenti diversi: giallo ocra, azzurri, sfumature di grigio e di marrone, bianco avorio che qualificano il suo operare “bassomaterialista” di seduzione visivo- tattile da "toccare", oltre che da vedere. Le sue carte intrise di tracce, segni dal ritmo dinamico crescente rivendicano l'emozione del divenire in rapporto con la pittura, di un reale reinventato dal suo ricordo di muri fatiscenti di certi quartieri di Palermo, di pareti ricoperte di muffe, umidità, intonaco ingiallito dal tempo come tracce di vissuti strappate dal velo del tempo. Realto libera la composizione da ogni forma di rappresentazione, in cui la forza delle sue carte sta nella presentazione di una nuova impronta primordiale e sfuggente per sottrazione del mondo. Convince la sua costanza meticolosa di ricerca intrisa di materia artigiana di dipingere "sindoni" di un tempo mai stato, il rigore "medievale", premoderno nella cura di dare forma a una memoria di vissuti soggettiva, attraverso stratificazioni materiche di consistenza terrosa esibita nella ricerca alchemica di tecniche pittoriche con estremo controllo formale, in cui ogni singolo graffio corrisponde a una visione poetica d'insieme. Sono carte seriali che riproducono un sistema binario di soluzioni rettangolari irregolari, sembrano "pagine", forse tessere di un mosaico, texture, frammenti di muro simili a finestre, in ogni caso griglie che si ripetono non sempre uguali a se stesse, in cui la forma nasce astratta e la memoria significa non passato ma pensiero. Il chiaroscuro, l’ombra, le sfumature di nero, la sua scelta della via del silenzio, che per l’autore è l’unica dimensione più pura in cui creare musica e immaginari nell'ambito di un’ archeologia della traccia, di scrittura criptica di raffinata sensibilità espressiva con elementi che caratterizzano il suo linguaggio-grafico materico-cromatico che evocano quello di Antoni Tapies, Cy Tombly, Wols, Jean Fautier e altri artisti aformali, in maniera originale di innata eleganza, accumuli materici con segni apparentemente scomposti dall’equilibrio interiore ordinato e armonioso in cui il colore è dentro la materia..
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Jacqueline Ceresoli
Istruzioni per ricordare Giovanni Falcone e la strage di Capaci in maniera non retorica: l’installazione di Realto
Nel bel mezzo di un complesso trasloco, Nunzio Scibilia, in arte Realto, volge lo sguardo verso un cassonetto di una via di Milano. Accanto, ci sono alcuni cartoni da imballaggio: la vista cade dove duole l’occhio. Qui, scorge una, due, tre, tante “cartelle”. Particolari. Si incuriosisce. Ferma la macchina, scende a vedere da vicino questi cartoncini, d’antico colore: bianco ingiallito, rosa, beige.
Algebra dell’assenza, istallazione di Realto a Santa Maria del Piliere a Palermo
Sono “cartelle” ormai scadute, gettate via, che riportano conti delle pensioni per medaglie al valore o per caduti in guerra. Non sono le pensioni per i caduti di mafia. Ma sono le pensioni e le decorazioni di un tempo passato. Sono di decenni fa: degli anni tra le due guerre mondiali, e poi fino agli anni ’40 e ’50 del secolo scorso.
Testimoniano di uomini, testimoniano vite, storie, dolore. Uomini, tutti, uomini, ovviamente. Militari, soldati volontari o meno, della cui assenza in famiglia è rimasta l’algebra della pensione, o della decorazione.
Vite spezzate, in giovinezza, senza più il calore della coperta umana. E che testimoniano l’Algebra dell’assenza.
Decide di raccoglierle. L’ispirazione è immediata, furtiva, folgorante, come tutte le ispirazioni. In ogni cartoncino, in ogni scheda tra i conti vede il volto dell’uomo che c’è dietro. Lo disegna, prendendolo a prestito da chi è oggi. Lo traspone, così, in disegno in ogni cartella. Riportandolo al presente.
Ne fa dunque delle opere, ma non basta. Realto è soprattutto musicista, trasforma le assenze in presenze attraverso installazioni: la sua musica, criptica, diagnostica, catartica ed evocativa, accompagnerà i disegni in vari luoghi, in Italia e anche in Svizzera. Percorre quindi la Penisola al contrario e torna nella sua Palermo, in occasione della Settimana delle Culture 2018. E trova un posto, il posto, adatto all’istallazione: la cripta di Santa Maria del Piliere, nel bel mezzo di quella parte di Palermo che fu dilaniata dalle bombe del 1943, a due passi da palazzo Branciforte e palazzo Lampedusa.
Falcone e Borsellino, dall’assenza alla presenza.
Qui, in una cripta che ha una spiritualità sciamanica e cristiana allo stesso tempo, realizza l’installazione con le opere, la musica e la luce. L’effetto è sconvolgente, tanto criptico quanto eloquente. Le schede emanano una vita, una presenza, una storia, le storie: la storia italiana, la storia europea.
Il presente e il passato si fondono, resistono, si rigenerano: esistono. I numeri, i calcoli, l’algebra, il conto dei conti, in qualche modo presenta il conto. Captando la realtà dell’assenza e trasformandola in presenza.
La Settimana delle Culture termina, ma la mostra, l’istallazione, rimane, presente, un’altra settimana. Consiglio di vederla o, più precisamente, di viverla prima che svanisca dalla nostra Palermo Capitale. E oggi, anniversario della strage di Capaci, è probabilmente il giorno più adatto per ricordare Falcone in una cripta, con un’istallazione che permette, facilita, provoca la rievocazione della storia. E i suoi insegnamenti.
Perché “Algebra dell’Assenza” è una di quelle istallazioni che segnano un prima e un dopo, in un continuo temporale e artistico, che non si dimentica. Perché recupera una dimensione terrena e spirituale al tempo stesso, fondata sulla carne e sul dolore, sulla realtà e l’identità. La tragedia, da numero, da numeri, diventa personale, vicina. Certa.
E, per fare realmente passi avanti nella storia, è quanto mai necessario. Oggi.
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Gabriele Bonafede